Verho Curse of Faces Recensione: Il dungeon crawler che riporta in vita l’era di King’s Field

    Verho: Curse of Faces è un RPG d’azione in prima persona che guarda apertamente ai classici King’s Field e Shadow Tower. Sviluppato da Kasur Games e pubblicato da CobraTekku Games, il titolo combina esplorazione, combattimenti punitivi e atmosfere dark fantasy con una grafica volutamente ispirata ai giochi della prima PlayStation.

    Una maledizione costringe tutti a nascondere il volto

    L’idea narrativa alla base di Verho: Curse of Faces è semplice ma estremamente efficace. Nel mondo di Yariv, mostrare anche soltanto una parte del proprio volto provoca la morte immediata di chi guarda e di chi viene osservato.

    Dopo secoli di isolamento, le maschere sono diventate l’unica protezione contro la misteriosa Maledizione dei Volti. Il protagonista raggiunge la terra nella quale il flagello avrebbe avuto origine, deciso a scoprirne la causa e scegliere se spezzarne il potere oppure utilizzarlo per i propri scopi.

    La storia non viene raccontata attraverso lunghe sequenze cinematografiche. Gran parte della mitologia emerge esplorando gli ambienti, leggendo documenti e parlando con personaggi dalle intenzioni spesso difficili da interpretare.

    Esplorare Yariv è la parte migliore dell’esperienza

    Il maggiore punto di forza di Verho è il suo mondo interconnesso. Villaggi abbandonati, fortezze, grotte e sotterranei nascondono passaggi alternativi, scorciatoie, oggetti rari e missioni opzionali.

    L’esplorazione premia l’osservazione e la sperimentazione. Porte apparentemente inaccessibili possono essere aperte trovando una chiave, utilizzando un grimaldello oppure sfruttando gli oggetti presenti nell’ambiente. È possibile persino impilare casse, spegnere fonti luminose o lanciare oggetti per attivare meccanismi a distanza.

    La quasi totale assenza di indicazioni rende ogni scoperta particolarmente soddisfacente, ma può anche provocare momenti di disorientamento. Chi è abituato a mappe dettagliate e indicatori costanti potrebbe trovare difficile comprendere dove andare.

    Combattimenti lenti, pesanti e molto punitivi

    Il sistema di combattimento segue la filosofia dei vecchi dungeon crawler in prima persona. Gli attacchi richiedono tempo, la distanza dai nemici è fondamentale e utilizzare una cura nel momento sbagliato può essere fatale.

    Il giocatore può impiegare:

    • armi pesanti e leggere
    • scudi e parate
    • incantesimi offensivi
    • abilità legate alle diverse statistiche
    • numerose maschere che modificano la costruzione del personaggio

    Le maschere non rappresentano soltanto un elemento estetico, ma influenzano statistiche, capacità e stile di combattimento. È quindi possibile creare personaggi basati sulla forza, sulla magia oppure su configurazioni ibride.

    Gli scontri premiano pazienza e posizionamento, ma non sono privi di problemi. Le collisioni e la rilevazione dei colpi possono risultare imprecise, mentre alcuni nemici obbligano a sfruttare ripetutamente attacchi dalla distanza.

    La grafica rétro costruisce un’atmosfera opprimente

    Verho: Curse of Faces utilizza modelli spigolosi, texture a bassa risoluzione, nebbia e illuminazione limitata per ricreare l’estetica dei giochi di ruolo degli anni Novanta.

    La grafica potrebbe apparire tecnicamente semplice, ma la direzione artistica è estremamente coerente. Le maschere, le creature e gli scenari trasmettono costantemente un senso di decadenza e solitudine.

    Anche il comparto sonoro svolge un ruolo importante. Passi, versi lontani e rumori provenienti dai corridoi permettono spesso di percepire un pericolo prima ancora di vederlo. La musica viene utilizzata con moderazione, lasciando spazio ai suoni ambientali e aumentando la tensione durante l’esplorazione.

    Difficile, criptico e poco adatto ai principianti

    Verho non cerca di rendere l’esperienza immediatamente accessibile. I tutorial sono essenziali, le missioni forniscono poche indicazioni e le prime ore possono essere particolarmente severe.

    La progressione diventa però gratificante quando si trovano nuove armi, si migliorano le statistiche e si comprendono i comportamenti dei nemici. Tornare nelle aree iniziali con un personaggio più potente trasmette chiaramente la crescita raggiunta.

    Verho: Curse of Faces vale la pena?

    Verho: Curse of Faces è un’esperienza consigliata soprattutto agli appassionati di King’s Field, Lunacid, giochi di ruolo rétro e produzioni che affidano al giocatore il compito di comprendere il mondo senza spiegazioni continue.

    Il combattimento non raggiunge sempre la precisione necessaria e alcune missioni possono diventare frustranti, ma l’esplorazione, l’atmosfera e la mitologia delle maschere conferiscono al progetto una forte personalità.

    Non è un gioco adatto a tutti, ma chi accetta il ritmo lento e la difficoltà iniziale troverà uno dei dungeon crawler indipendenti più interessanti degli ultimi anni.

    Punti di forza

    • mondo interconnesso ricco di segreti
    • ambientazione dark fantasy originale
    • grande libertà nella costruzione del personaggio
    • direzione artistica rétro molto riuscita
    • esplorazione gratificante

    Punti deboli

    • combattimenti talvolta imprecisi
    • indicazioni sulle missioni molto limitate
    • ritmo lento e poco adatto a tutti
    • alcune ricerche degli oggetti possono diventare frustranti
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