Essere assunti da un uomo morto per scoprire chi lo ha ucciso sarebbe già abbastanza strano. The Posthumous Investigation complica ulteriormente le cose concedendoci appena un giorno per risolvere il caso, prima che il tempo torni indietro e tutto ricominci dall’inizio.
Il protagonista conserva però ciò che ha scoperto. Conversazioni, spostamenti, contraddizioni e piccoli dettagli osservati durante un ciclo diventano quindi strumenti da utilizzare nel successivo. È questa la trovata sulla quale Mother Gaia Studio costruisce un’avventura investigativa molto più interessante di quanto possa sembrare inizialmente.
Ci sono 14 sospettati, ognuno con una propria routine, luoghi da frequentare e qualcosa da nascondere. Il vero obiettivo non è quindi soltanto raccogliere indizi, ma imparare gradualmente a conoscere la giornata di tutti fino a riuscire a trovarsi nel posto giusto esattamente nel momento giusto.
Il tempo è il vero strumento dell’investigatore
La caratteristica migliore di The Posthumous Investigation è il modo in cui utilizza il ciclo temporale senza trasformarlo in una semplice meccanica per ripetere continuamente le stesse azioni.
Il primo giorno è inevitabilmente pieno di dubbi. Non sappiamo ancora chi seguire, quali conversazioni siano importanti o in quale momento un personaggio possa rivelare qualcosa di utile. Fallire, però, non significa realmente perdere.
Quando la giornata ricomincia, sappiamo già che un determinato sospettato si troverà in un certo posto a una certa ora. Possiamo quindi ignorare ciò che abbiamo già visto e dedicare il tempo a un’altra pista.
Progressivamente l’indagine diventa quasi una coreografia. Si anticipano gli spostamenti dei personaggi, si sfruttano informazioni ottenute nei cicli precedenti e si modificano le loro routine per osservare cosa accade quando qualcosa non va secondo i piani.
È un sistema che premia soprattutto attenzione e memoria, più che la capacità di cliccare casualmente sugli oggetti sperando di trovare l’indizio corretto.
Anche perché il gioco evita deliberatamente di accompagnare troppo il giocatore. Attraverso la propria lavagna investigativa bisogna collegare prove, ricostruire la cronologia degli eventi e decidere quali contraddizioni abbiano davvero un peso nell’indagine.
Quando un collegamento finalmente diventa chiaro, la soddisfazione nasce quindi dall’averlo realmente dedotto e non dall’essere stati guidati verso la soluzione da un indicatore.

Quattordici sospettati rendono Rio de Janeiro un enorme puzzle
L’altra grande qualità del gioco è che i personaggi non sembrano aspettare immobili l’arrivo dell’investigatore.
Ognuno segue una propria giornata. Si sposta, incontra altre persone, cambia luogo e continua la propria vita anche quando non lo stiamo osservando. Questo rende la Rio de Janeiro del 1937 molto più credibile, ma soprattutto trasforma l’intera città in un gigantesco rompicapo fatto di orari.
Non possiamo essere ovunque contemporaneamente. Seguire una persona significa inevitabilmente perdere quello che sta facendo qualcun altro e proprio questa limitazione rende necessario ripetere la giornata. Ogni nuovo ciclo permette di aprire una piccola finestra su qualcosa che prima era rimasto nascosto.
Il gioco riesce inoltre a evitare che i sospettati diventino semplicemente quattordici caselle da spuntare. Dialoghi, personalità e segreti rendono piacevole continuare a interrogarli anche quando non sembrano direttamente collegati all’omicidio.
Gran parte del merito appartiene all’ambientazione e alla scrittura. The Posthumous Investigation è ispirato alle opere di Machado de Assis, autore brasiliano utilizzato come base per una storia piena di ironia, sarcasmo e personaggi moralmente tutt’altro che limpidi.
Anche la grafica disegnata a mano contribuisce molto. Rio non cerca il realismo, ma possiede un’identità visiva forte e immediatamente riconoscibile che si adatta perfettamente al tono noir dell’indagine.

Non esiste necessariamente una sola verità
La scelta più interessante arriva però quando bisogna tirare le somme. The Posthumous Investigation non pretende di avere un’unica soluzione corretta da scoprire seguendo un percorso prestabilito. Le accuse possono essere costruite attraverso logiche differenti e il gioco lascia spazio all’interpretazione delle prove raccolte.
Questa libertà rende l’indagine molto più personale, ma comporta anche qualche rischio. Chi ama i gialli tradizionali potrebbe desiderare una conclusione assolutamente certa, con ogni dettaglio incastrato perfettamente e una risposta definitiva fornita dal gioco. Qui, invece, una parte importante dell’esperienza consiste proprio nel decidere quanto fidarsi delle proprie deduzioni.
Anche il ciclo temporale, per quanto intelligente, può diventare ripetitivo quando bisogna attendere un determinato momento della giornata o ripercorrere situazioni già conosciute per raggiungere un nuovo evento. La struttura riduce il problema permettendo di sfruttare ciò che abbiamo imparato, ma non può eliminarlo completamente.
È il prezzo da pagare per un sistema investigativo nel quale gli orari hanno un’importanza reale. Eppure proprio questa scelta rende The Posthumous Investigation qualcosa di diverso dalla solita avventura investigativa. Non stiamo semplicemente cercando oggetti evidenziati sullo schermo o selezionando la risposta corretta in un dialogo.
Stiamo imparando una giornata. Ogni fallimento aggiunge un nuovo pezzo, ogni conversazione può modificare la nostra interpretazione e ogni ciclo ci permette di osservare lo stesso delitto da un’angolazione diversa.
The Posthumous Investigation riesce così a trasformare la ripetizione nella parte più affascinante dell’indagine. Il giorno continua a ricominciare, ma noi non siamo mai davvero al punto di partenza.