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ENOCH

di Armando Staffa

Era bello quel pianeta.
I vasti oceani gli conferivano una colorazione azzurra meravigliosa. Sarebbe stato la loro salvezza o la loro tomba?
Enoch era ottimista. Nonostante tutto, erano stati fortunati. L’incidente sarebbe potuto accadere altrove e il loro viaggio sarebbe finito, sicuramente, su di una stella, senza possibilità di scampo. Invece, fortunatamente, erano vicini a quel pianeta che, con la sua forza gravitazionale, li stava forse strappando a morte sicura. Lo battezzò, mentalmente, Terra, come il nome della dea Madre, venerata sul suo pianeta d’origine che, dal punto in cui si trovavano, era individuabile in un ammasso stellare dalla strana forma di un leone accucciato.

Erano partiti da tre generazioni. Un tempo interminabile, pensò, eppure breve. Tutto si era svolto nel migliore dei modi. La meta da raggiungere era stata individuata molto tempo prima che lui nascesse. Era già noto ai Padri dei suoi Padri che la costellazione d’Orione possedeva almeno due soli con pianeti abitabili. Gli scienziati avevano anche mandato sonde, per un paio di secoli, e tutto era stato predisposto affinché esseri umani vi si potessero trasferire senza grosse difficoltà.
Una base era stata costruita su ognuno dei tre continenti del pianeta Horus. Avrebbero trovato ad attenderli uno sparuto gruppo di pionieri. Il viaggio anche era stato ottimo, sotto tutti i punti di vista, fino all’arrivo in quel sistema solare, con quel sole giallo.

La grande astronave aveva subito gravi danni nell’attraversare una fascia molto densa di asteroidi ed una contemporanea tempesta magnetica aveva completato l’opera. Erano stati costretti a ridurre al minimo la velocità, ma non era stato sufficiente. La governabilità della nave era stata ormai, irrimediabilmente, compromessa. Avevano individuato quel piccolo pianeta, dalla splendida colorazione blu. Ci si erano avvicinati e avrebbero tentato anche di atterrare dolcemente se un ulteriore guasto, dovuto ad una serie di circostanze che, forse, nessuno riuscirà mai a spiegare, non avesse mandato in tilt tutto il sistema di navigazione, lanciandoli, pericolosamente, in rotta di collisione.

Una forte vibrazione, che fece scricchiolare l’immensa struttura, lo riportò improvvisamente alla realtà. La nave si inclinò e cominciò a precipitare rapidamente. Non era nata per volare nell’atmosfera. Non aveva superfici portanti ed i motori fotonici erano fuori uso. Non c’era altro da fare che raccomandare l’anima a Dio. Andò giù come una sasso. Dalla cabina Comando si potevano sentire le grida di terrore provenienti dai ponti sottostanti. La terribile pressione alle orecchie, in breve, divenne insopportabile e il dolore lancinante. Molti urlavano.

In cabina erano in quattro: Enoch, suo padre ed i suoi due fratelli. Le vibrazioni erano di una violenza inaudita. Sembrava che, da un momento all’altro, tutto andasse in frantumi. Enoch, però, non avrebbe mai immaginato cosa stesse per accadere.

Il fratello maggiore, Caino, come impazzito, si alzò di scatto, roteando tra le mani il cilindro di crisolito dell’impianto di areazione. Abele tentò di calmarlo; lo spinse sulla poltrona e gli riagganciò la cintura, ma uno scossone gli fece perdere l’equilibrio, facendolo scivolare direttamente sull’acuminato oggetto metallico.
Non disse una parola, non un gemito, non un lamento; guardando sorpreso i fratelli, cadde a terra con gli occhi sbarrati, irrigidito dalla morte in una strana smorfia di dolore.

Mancavano pochi metri all’impatto…..Enoch, istintivamente, si portò le mani agli occhi, come per proteggersi. L’urto fu violentissimo.
L’astronave, progettata per affrontare viaggi intergalattici, non resse l’impatto con l’oceano. L’acqua cominciò ad entrare rapidamente nello scafo. Enoch uscì da uno dei varchi che si erano creati tra le lamiere della nave, che continuava a sprofondare in quel mare che si colorava sempre più di blu. Mosse le gambe velocemente, aveva i polmoni che gli scoppiavano ma doveva resistere. Vedeva la luce del sole brillare sul pelo libero dell’acqua lì, sopra di lui. Pensò per un attimo che l’aria del pianeta non fosse respirabile ma, quando fu fuori, istintivamente, ne tirò su una gran boccata. Si guardò intorno; molti, come lui, si erano salvati. Alcuni stavano nuotando verso la vicina spiaggia, altri sbucavano ancora dall’acqua, come redivivi.
Nuotò velocemente verso riva…….. Adam e Caino erano salvi.

Enoch pensò per un attimo alla madre, Eva, che era rimasta sul pianeta di origine, dove, ormai da tempo, dopo aver abbandonato il padre Adam, viveva con un nuovo compagno.
Avevano tutti molto sofferto per quel fattaccio. L’abbandono del tetto coniugale era considerato un atto molto grave ma non un reato, e, pertanto, non perseguibile legalmente. La legge sanciva il diritto all’autodeterminazione. Ogni coniuge poteva, arbitrariamente, decidere di andare via, abbandonando la famiglia, senza che l’altro potesse, legalmente, ricondurlo a sé.
Ma quando ciò accadeva, l’intera collettività considerava l’atto molto riprovevole, perché segno di immaturità ed incapacità di sentimenti veri e duraturi.
Purtroppo anche l’abbandonato veniva considerato male dalla società. L’opinione comune era che, comunque, non avesse fatto bene il suo dovere creando delle condizioni di insoddisfazione nel partner.

Suo padre non aveva sopportato lo sguardo dei vicini, le chiacchiere dei colleghi di lavoro, i sorrisini e il parlottare alle spalle. Lo scandalo, per lui, era stato troppo grande. Si era sentito ferito….colpito a morte in quello in cui credeva fermamente: il vincolo matrimoniale. Alla fine aveva deciso di andare via….. di trasferirsi, con l’intera famiglia, discendenti compresi, su di un altro pianeta, dove trovare la cura per dimenticare l’onta subita.

Col tempo, durante il viaggio intergalattico, che era durato, fino a quel momento, più di quarant’anni, i componenti la famiglia erano aumentati fino ad arrivare al numero incredibile di centonovantadue, tutti discendenti dell’unica coppia di progenitori: Adam ed Eva.

Quanto accaduto era ricordato, dalle nuove generazioni, come il “Peccato Originale” del quale vergognarsi e purificarsi. Quella spiaggia, all’estuario di un fiume, ai confini di una natura rigogliosa, ricca di vegetazione ed animali, fu denominata Eden, lo stesso nome del pianeta di provenienza.
E’ lì che è iniziata la colonizzazione del Pianeta Terra.”

Così si concludeva il depliant dell’agenzia di viaggi.

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