EBOLA VILLAGE non è uno di quei giochi horror che puntano tutto su esplosioni, effetti speciali e azione continua. Qui l’obiettivo è molto più sottile e, proprio per questo, più efficace: costruire paura vera attraverso atmosfera, silenzio, ritmo lento e quella sensazione costante di essere sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non ti spaventa perché “ti urla addosso”, ma perché ti fa sentire vulnerabile, confuso, e con l’idea che qualsiasi rumore fuori dalla tua visuale potrebbe essere l’inizio della fine.
Il gioco si muove come un omaggio dichiarato ai survival horror anni ’90, ma senza diventare una copia nostalgica. La differenza è che tutto viene riletto con un linguaggio moderno e soprattutto con una visuale in prima persona, che rende ogni ambiente più vicino, più oppressivo e più realistico. La paura non arriva solo da quello che vedi, ma da quello che immagini. È il classico horror che lavora per sottrazione, lasciandoti spazio per farti venire dubbi e ansia, invece di riempire ogni secondo con un evento forzato.
Uno dei punti più riusciti è l’ambientazione: i terribili eventi della serie EBOLA questa volta si spostano nella URSS, un contesto poco sfruttato nei videogiochi horror e capace di trasmettere immediatamente freddo, isolamento, rigidità e disagio. Non è solo uno sfondo, ma un elemento che amplifica la tensione, perché ogni luogo sembra disegnato per farti sentire fuori posto, osservato, intrappolato. E il fatto che il progetto sia stato sviluppato in parallelo con un cortometraggio dedicato si percepisce nella volontà di costruire una storia più curata, con un mistero che prova ad avere direzione e peso, invece di essere solo un pretesto per buttarti in mezzo a corridoi bui e creature inquietanti.

La trama parte in modo quasi banale, e proprio per questo funziona. Maria è a casa, seduta davanti alla sua serie preferita, in una routine tranquillissima. Poi arriva l’interruzione improvvisa della trasmissione: un’emergenza, un’allerta, qualcosa che in pochi secondi cambia completamente l’atmosfera. È una scelta intelligente perché l’orrore non viene introdotto come qualcosa di “normale” per un videogioco, ma come una frattura improvvisa nella quotidianità, e tu la vivi insieme alla protagonista. Da lì Maria decide di raggiungere un villaggio per vedere sua madre e incontrare il suo ex marito Ruslan, ma quello che sembra un viaggio umano e comprensibile diventa l’inizio di un incubo che prende forma sempre più velocemente.
Quando arrivi nel villaggio, EBOLA VILLAGE non ha bisogno di colpirti con uno shock immediato. Ti mette addosso disagio con lo spazio, con i dettagli, con l’atmosfera. Gli ambienti sono curati, pieni di piccoli elementi che suggeriscono che lì, un tempo, c’era vita. Case, interni cupi, corridoi stretti e stanze abbandonate diventano una gabbia mentale prima ancora che fisica, e ti sembra davvero di attraversare un posto che non vuole essere attraversato. È un horror che ti “spinge indietro” con l’aria pesante, con il silenzio, con la sensazione che dietro ogni porta potrebbe esserci qualcosa di peggio di quello che ti aspetti.

Dal punto di vista del gameplay, la promessa è chiara: serve attenzione. Qui non puoi andare avanti “a caso”, perché la progressione è fatta di enigmi, indizi e piccole scoperte che richiedono di osservare davvero ciò che ti circonda. Devi leggere, memorizzare, collegare dettagli, capire cosa è importante e cosa no. È proprio questo che richiama il feeling dei survival vecchia scuola: non sei onnipotente, non sei guidato sempre con precisione, e spesso devi decidere se rischiare e esplorare di più oppure proseguire conservando quello che hai. La soddisfazione arriva quando risolvi perché hai ragionato, non perché sei andato avanti per inerzia.
Il combattimento è presente e ha un ruolo concreto, ma non prende mai completamente il controllo dell’esperienza. EBOLA VILLAGE offre diverse armi e uno stile di scontro che vuole risultare sporco, diretto, quasi fisico, con attenzione alla reazione dei nemici, ai danni e perfino a una componente di smembramento. Ma l’idea non è trasformare tutto in uno sparatutto. Ogni scontro ha un prezzo: ti consuma risorse, ti espone, ti lascia con meno margine per quello che arriverà dopo. Ed è proprio questa la forza di un survival horror fatto bene: anche quando vinci, non ti senti al sicuro.

A rendere il ritmo ancora più interessante ci sono anche boss unici, che spezzano l’esplorazione e ti obbligano a cambiare approccio. Qui emerge bene la parte survival, perché devi valutare cosa usare, quando usarlo e quanto puoi permetterti di sbagliare. La presenza di tre livelli di difficoltà è una scelta utile: chi vuole solo vivere atmosfera e storia può farlo senza bloccarsi, mentre chi vuole tensione vera può scegliere un’esperienza più punitiva, dove ogni errore pesa di più.
Tra gli elementi più particolari c’è il riferimento al trattamento con erbe russe, un dettaglio che aggiunge personalità alla sopravvivenza. Non è la solita cura “generica” vista ovunque, ma un modo coerente per legare anche i sistemi di recupero al contesto narrativo e culturale. Quando un gioco riesce a dare identità persino agli oggetti e ai metodi di cura, si sente quella cura in più, quella sensazione che il mondo non sia un collage di idee già viste.

Anche la gestione dell’inventario è un richiamo forte ai classici anni ’90: lo spazio è limitato e devi pensarci davvero prima di riempirti le tasche. Il gioco integra anche un sistema di bauli, utile per organizzare e pianificare, ma il concetto rimane sempre quello: scegliere. E quando sei costretto a scegliere, nasce la tensione vera, perché ti rendi conto che portare un oggetto significa rinunciare a un altro e che ogni decisione può influire sulla tua sopravvivenza.
EBOLA VILLAGE è un titolo pensato per chi ama un horror più di atmosfera e meno basato su spaventi improvvisi. È un’esperienza che ti fa entrare nei suoi luoghi, ti costringe ad ascoltare, a osservare, a rallentare, e poi ti fa capire che quella lentezza non è tranquillità, ma una minaccia che cresce nell’ombra. Se cerchi un survival dove contano davvero enigmi, risorse, esplorazione e decisioni, e vuoi un’ambientazione insolita che riesce a lasciare un’impronta forte, qui trovi un gioco che prova davvero a riportare in vita un certo tipo di paura, con una personalità più riconoscibile del solito.